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Non pago di

28/12/2011
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aver fatto scempio della latinità, citando ad minchiam i versi degli incolpevoli  Lucrezio e Catullo, giorni fa l’esimio prof. red.cac. ha pensato bene di prendersela anche con una disciplina a lui del tutto estranea, l’antropologia culturale:  dimostrando stavolta, con le idiozie da lui proferite sull’argomento, di essere un fesso integrale, oltre che ignorante come una capra.  Ma vediamo nel dettaglio l’ultima strepitosa esibizione del nostro tuttologo:

red. cac. ha detto…

p.s.
Quanto all’antropologia, quella classica è stata ridotta, a torto o a ragione, a un cumulo di macerie perché portava inevitabilmente a costatazioni razziali:

Questo, almeno, è vero;

…E’ stata così sostituita dalla dicitura “antropologia culturale”

Sì caro, ma l’antropologia “classica” è sempre stata anche “culturale”, perché si è occupata di culture sin dall’inizio.

…- aggettivo che svuota di senso il sostantivo cui è riferito – perché gli antropologi non perdessero il lavoro.

Altra cazzata micidiale:  l’antropologia culturale non ha affatto “sostituito” l’antropologia “classica”, ma ne è un’evoluzione, dettata da fattori storici, filosofici e scientifici; e l’aggettivo che la connota – “culturale”, appunto – non “svuota di senso il sostantivo cui è riferito” proprio per niente:  dato che essa si occupa comunque dell’uomo (anthropos, appunto, in greco), anche se sotto l’aspetto specificamente culturale, da almeno un secolo.  Ma essendo il sig. red. cac.  un gran caprone in materia, egli pensa, nella sua abissale ignoranza, che l'”antropologia” sia solo quella “fisica”:  quella che a suo tempo studiava ed esaltava i caratteri esteriori delle popolazioni umane, scambiandoli per elementi fondamentali e distintivi delle stesse, all’epoca nettamente divise in razze. Tanto più che l’esimio cac.(cone) dimentica che l’antropologia culturale ha esteso già da almeno trent’anni il suo campo d’indagine alla civiltà greca e a quella romana:  ossia proprio quelle che il Nostro insegna al Liceo Classico.  Un esempio in proposito sono i lavori di Maurizio Bettini, docente di Filologia Classica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, e fondatore nella stessa città,  ormai 25 anni orsono, del prestigioso Centro AMA, “Antropologia e Mondo Antico”.

Oggi in realtà si ignora se esistano davvero le razze da principio o se l’umanità attuale derivi da una stessa razza attraverso mutamenti storici e culturali, o se addirittura siamo il prodotto di specie contigue ma non identiche. Non si sa, non si saprà mai ed è irrilevante saperlo.

Si sa invece benissimo, sig. red.cac., che le razze non esistono (se non, forse, nelle brume che occupano la testa sua e quella di chi la pensa come lei), da quando la scoperta del DNA e successivi studi in materia l’hanno dimostrato oltre ogni dubbio:  provando che le differenze tra esseri umani non sono tali da giustificare l’utilizzo del concetto biologico di razza.  Quindi il sapere – come oggi si sa – che le razze non esistono non solo non è irrilevante, è fondamentale:  sia per evitare di dire ste’ minchiate alla de Gobineau, magari anche ai propri allievi;  sia affinché quei poveri coglioni noti universalmente come “razzisti” non abbiano più niente cui appoggiarsi per i loro deliri:  come il sostenere che gli Ebrei sono una razza, anziché una cultura.  Provi a leggere qualche saggio di genetica umana, oltre che gli autori latini nei suoi livre de poche comprati alle bancarelle, sig.  cac.

Però l’abitudine dei politicamente corretti è quella di sostenere a spada tratta l’ipotesi che più torna loro comoda.

Il politicamente corretto qui non c’entra un belìno:  non è il politicamente corretto che ha determinato le scoperte della genetica, né influenzato l’evoluzione dell’antropologia culturale dopo l’eugenetica e le varie teorie razziste, ma esattamente il contrario, capra.

…Negli ultimi 50 anni hanno preso una serie impressionanete di bastonate nei denti e con la genetica altre e più pesanti già volteggiano attorno al loro grugno:

Cambi farmaci per la demenza senile, sig. cac., sarà meglio;

…ma è pur vero che stronzi imbecilli come il sig. Lerner continuano a pontificare dal piccolo schermo. E che saranno mai, se sopportiamo un Lerner, un reggicoda topo gonzo, un somaro filosofico e un biologo?

Perché non si guarda una buona volta allo specchio,  sig. cac., e così magari capisce  chi è il vero imbecille?

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3 commenti leave one →
  1. 28/12/2011 10:19 pm

    Caro Thorgen,

    costui è il classico pallone gonfiato, il cui ego ipertrofico gli fa perdere di vista il senso della realtà e di conseguenza il senso della misura. Non è la prima volta che il nostro spara sentenze di dubbio valore su argomenti nei quali ha dimostrato pubblicamente di ignorare il contenuto di discipline che esulano dal suo piccolo microcosmo ricco di citazioni fini a se stesse del mondo classico. Non sarà certamente l’ultima, perché il nostro testardamente continuerà a dire la sua, pur non avendo i minimi prerequisiti per affrontare i temi e i problemi di una disciplina a lui del tutto sconosciuta ma vagamente orecchiata come l’antropologia, al punto da non conoscere Bronislav Malinowski, Franz Boas o Claude Levi Strauss (solo per citare alcuni antropologi di diversa formazione culturale). In fondo, se ci fai caso, la sua presunzione pari alla sua totale ignoranza, gli permette di esprimere i peggiori pregiudizi su realtà che non conosce .

  2. Thorgen permalink*
    29/12/2011 4:24 pm

    Il signor red.cac. non conosce Malinowski, Boas o Levi Strauss, ma nemmeno Lucrezio e Catullo. Bettini uno così se lo fuma a colazione.

  3. 29/12/2011 7:12 pm

    Se l’antropoogia non si fosse imposta subito come essenzialmente “culturale” (ad onta del fatto che non si definì subito tale), con tutta probabilità essa non sarebbe mai sorta come materia distinta dalla biologia (o, più in particolare, dall’anatomia umana). E quand’anche fosse sorta, avrebbe riscosso ben poca fortuna fra gli studiosi di un qualche rigore e comunque risulterebbe da decenni annichilita e spazzata via dalla moderne nozioni genetiche che ricordavi tu sopra, Thorgen.
    Personalmente, poi, tendo a interpretare come “culturali” anche le differenze fisiche e fisiognomiche, quelle di cui non c’è praticamente traccia nei rispettivi DNA, ma che bastano ai razzisti per parlare di “razze” e per tracciare solchi incolmabili. Penso questo perché quelle differenze sono in tutto e per tutto riconducibili alla storia, alle scelte e alle usanze di un popolo, in una parola alla sua “cultura”, per l’appunto, intesa come quel complesso di caratteri che conseguono alle scelte di vivere in un luogo, in un clima e in un modo piuttosto che in altri e che finiscono per plasmare, oltre che la vita dei singoli, la loro conformazione fisica. Si badi, non è un discorso di ordine meramente biologico, evoluzionista, che potrebbe valere per il mondo animale, perché qui c’è una discriminante di fondo pesante come un macigno: noi parliamo di “cultura” e di “antropologia culturale” perché le scelte di vita dei popoli non sono dettate meramente da fattori naturali esterni, come nel caso degli animali e delle piante, ma derivano in modo spesso decisivo da quell’esclusiva facoltà umana che chiamiamo raziocinio.

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